Anche io sono Rom

scritto da redazione blog

Giugno 19, 2008 – 9:09 am

Solo poche righe per introdurre uno spazio di discussione, un blog, aperto al mondo dei servizi, tra i professionisti dell’aiuto. Tutti coloro, insomma, che con il disagio hanno a che fare e che, forse, hanno provato disagio e preoccupazione, per il clima di intolleranza - se non di razzismo - che si è venuto a creare in questi ultimi tempi intorno al “caso zingari”.
Il clima di conflittualità e di violenza che si sta vivendo nelle nostre città è preoccupante. Si accavallano le interpretazioni superficiali e “ingenue”: molti si attribuiscono titoli di “esperti” del sociale, e, con certezza, stabiliscono improbabili relazioni di causa-effetto tra i comportamenti - criminali o presunti tali - che la comunità Rom esprime e gli episodi gravissimi di violenza che si sono scatenati contro di loro.
Negli anni di studio e di lavoro nel sociale, ci siamo spaccati la testa per definire la giusta sintesi tra “l’aiuto e il controllo”. Ora siamo sinceramente spiazzati: l’aiuto è scomparso e il posto degli assistenti sociali è stato preso dalle forze dell’ordine in divisa, vigili urbani inclusi.
Il pregiudizio è una malattia grave del tessuto sociale, ha cause e motivazione sue proprie e va curata con urgenza e con rimedi adeguati. Addossare le colpe sui gruppi vittime del pregiudizio è, oltre che sbagliato, pericoloso: come chi chiude le finestre per ripararsi dai colpi di freddo quando si ha a che fare con un tumore: non si individuano gli opportuni rimedi e in più manca l’aria.
La coesione sociale è un valore al quale tutti, con responsabilità diverse, ma tutti siamo chiamati a contribuire a realizzare. L’idea di aprire un blog per ospitare riflessioni, commenti e –perché no- proposte è il primo passo per una presa di coscienza condivisa di una responsabilità che sentiamo sulle nostre persone, come cittadini e come professionisti dell’aiuto.
L’ISTISS ha alle spalle decenni di studio con un patrimonio culturale di attenzione al disagio e, crediamo, sia il momento opportuno per rendere questa “cultura” dei servizi una ricchezza disponibile e utile per il nostro paese.

Rita Cutini

  1. 13 Commenti a “Anche io sono Rom”

  2. Finalmente uno spazio in cui discutere di temi importanti tra professionisti del sociale

    Alfredo on Giu 23, 2008

  3. Veramente una buona idea.

    francesco on Giu 26, 2008

  4. io non sono Rom, nè potrò mai diventarlo. Dichiarandolo c’è il rischio di pensare che le differenze possano essere annullata. Invece le differenze ci sono ed è importante riconoscerle e rispettarle, evitando che proprio le differenze siano causa di discriminazione.

    resco on Giu 26, 2008

  5. Ringrazio la Prof.ssa Cutini che rivela anche in questo caso uno spirito critico e acuto che ci consente di riflettere su una realtà, quella del nostro paese, che sta maturando negativamente.
    Trovo che l’intervento in parlamento del Ministro Maroni, chiamato a giustificare il nesso tra le impronte digitali e l’aiuto agli stessi ROM, non abbia raggiunto il suo scopo.
    Il censimento dei Rom all’inteno dei campi nomadi può essere effettuato anche senza  la rilevazione delle impronte digitali. Non solo, ma quanti in italia non possono godere dell’iscrizione anagrafica pur richiedendola? Vi accorgerete che in Italia l’articolo della costituzione che prevede la libertà di circolazione e il diritto di domicilio non è poi così rispettato e che senza l’iscrizione anagrafica, subordinata illegalmente alla presentazione di documentazione varia, non è possibile usufruire di diritti basilari: la scelta del medico, sussidi e altro.
    Allora, se esiste già una legge anagrafica che consente anche ai Rom e a tutti i senza dimora di iscriversi all’anagrafe e, dnque, essere censiti ed esidtono forze dell’ordine in grado di consentire il censimento stesso,perchè non censire i rom senza la rilevazione delle impronte digitali? Andare per stradao nei campi e costringere le persone alla rilevazione elle impronte è un’operazione di polizia, perchè allora non si potrebbe fare lo stesso e costringere le persone a richiedere l’iscrizione anagrafica ? Questo, previsto dalla legge, può essere fatto. E’ giusto sapere chi vive in un paese, per garantire una migliore gestione delle risorse. Il problema è che spesso quando qualcuno richiede l’iscrizione anagrafica, questa viene rilasciata solo se vengono dimostrati dei requisiti: un’abitazione, un lavoro e a volte l’assenza di precedenti penali. Dicumentazione richiesta illecitamente! Questo significa che chi vive in una baracca non può facilmente richiedere l’iscrizione anagrafica ed essere censito! Dunque, cominciamo a consentire l’iscrizioneanagrafica a chi lo richiede e poi, puniamo chi commette effettivamente i reati, comunichiamo con i rom e magari obbligamioli per legge ad essere censiti! ma pre favore, non mascheriamo la discriminazione ditro un falso buonismo che vuole un censimento, fattibile in modi diversi, attraverso la rilevazione delle impronte digitali! Dovremmo prenderle tutti a questo punto!   Emanuela

    I libri che vi posso umilmente consiglaire sono di Francesca Zuccari e sono intitolati   ” Senza dimora ” e ” Via Modesta valenti”.
    Scoprirete cose interessanti

    Emanuela on Lug 7, 2008

  6. anche io sono molto d’accordo: è veramente un’ottima idea. La preoccupazione per questo clima repressivo e che calpesta i diritti più elementari è forte: dove sono finiti tutti i discorsi sulla tutela delle minoranze? Sono poche le voci che parlano fuori dal coro, per questo c’è bisogno di parlare e di parlare forte. A questo proposito vorrei indicare due articoli sui nomadi che sono stati pubblicati proprio in questi giorni che trovo molto condivisibili nella sostanza come nel tono. Il primo è di Gad Lerner (La Repubblica, venerdì 04/07/08)http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/05/quel-censimento-etnico-di-settanta-anni-fa.html

    il secondo è di Barbara Spinelli (La Stampa, domenica 07/07/08)
    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4732&ID_sezione=&sezione=

    Allora forza, troviamo il modo di farci sentire anche noi!
    Ciao Franca

    franca on Lug 7, 2008

  7. Ci siamo conosciute presso il circol pd di Labaro. Sono assistente sociale (in pensione). Il problema ROM è molto complesso perché costituito da: cultura, provenienza, integrazione (ma in che senso?), volontà o meno di accettare  le regole e la legislazione del paese ospitante, modalità di intendere i rapporti con i bambini che vedo spesso-anche neonati- strumentalizzati per mendicare, donne che subiscono violenze se si rifiutano di mendicare.
    Tutto questo richiede grandi impegni sociali ed economici se vogliamo far sì che - nel reciproco rispetto- queste comunità possano entrare veramente in relazione con le nostre.
    Se vai sul sito della UIL (www. UIL.it) troverai una rubrica curata da G. Casucci e dedicata all’immigrazione ed ai ROM.
    Cordiali saluti Rosanna Bernardini

    rosanna bernardini on Lug 7, 2008

  8. Una politica “da cani”.
    Proprio in questi giorni dove ci stanno bombardando il cervello ribadendo l’opportunità impellente di schedare e  rilevare le impronte digitali ai bambini rom con la scusa che tutto ciò è per “il loro bene” (sic!), il Corriere della Sera del 6 luglio riportava la notizia che il Governo ha abolito la lista nera delle razze canine pericolose (http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_06/iossa_7fd96e5a-4b36-11dd-9596-00144f02aabc.shtml)
    con la motivazione che la stessa è “ingiustamente discriminatoria” per i cani (!!!). Ogni commento è superfluo…. 
     
    Francesco Casarelli

    Francesco Casarelli on Lug 7, 2008

  9. Finalmente una presa di posizione dai professionisti! Se ne sentiva la mancanza. In effetti un po’ tutti oggi dovremmo dire “Io sono rom” perchè quando si ledono i diritti di una minoranza si fa un danno a tutti, tutti viviamo in un paese meno civile. Dare voce alla protesta serve a ciascuno di noi per non ritrovarci nella situazione descritta nella poesia del pastore Martin Niemoller:

    Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
    e fui contento, perchè rubacchiavano.
    Poi vennero a prendere gli ebrei
    e stetti zitto, perchè mi erano antipatici.
    Poi vennero a prendere gli omosessuali,
    e fui sollevato, perchè mi erano fastidiosi.
    Poi vennero a prendere i comunisti,
    ed io non dissi niente, perchè non ero comunista.
    Un giorno vennero a prendere me,
    e non c’era rimasto nessuno a protestare.

    Anna

    anna on Lug 7, 2008

  10. Sono un Assistente Sociale del MG. Anch’io sono preoccupata per tutto ciò che accade. 
    La discriminazione verso qualsiasi minoranza non può portare nulla di buono. Non è certo così che si risolvono i problemi.
    La mia solidarietà va al popolo Rom, che in questo periodo è oggetto di tanta violenza.

    Anna Maria Bucaro on Lug 7, 2008

  11.  
    IL CASO ZINGARI
     
    C’è un dato di fondo che va subito messo in chiaro ed evidenziato con chiarezza.
    Fra le aspre discussioni, le forti emozioni, lo sdegno e le colpevolizzazioni di questo periodo, accese ancora di più dal clima di insicurezza e dalle contrapposizioni politiche, nessuno discute il ruolo della scuola, il fatto che i bambini nomadi devono essere mandati a scuola.
    E’ giusto. In tutta franchezza, ho davvero poche perplessità sul fatto che, finché non ci sia una ambito comune in cui far crescere ed affiancare gli italiani ad una comunità spesso isolata nella storia, non sarà possibile quell’evoluzione di mentalità necessaria
    e reciproca per permettere la stabilizzazione dei nuclei familiari, in altri termini per far crollare il muro fra zingari e gagè.
    Ma per far andare i bambini zingari a scuola serve un’ inversione di rotta.
    Se i bambini vivono in un campo da cui sono sgomberati ogni mese, per poi andare in un altro e poi chissà dove, la scolarizzazione è impossibile.                                        La domanda che si fa in questi giorni è: vogliono gli zingari davvero stabilizzarsi nella legalità ? Mi chiedo tuttavia anche; in altri paesi europei, dove queste comunità sono presenti come da noi, la situazione è la stessa ?
    Il diritto alla casa da noi è una possibilità reale ?                                                                                                     Vale la pena ricordare che gli zingari in Italia sono 140.000 persone, di cui più della metà hanno meno di 14 anni; si tratta di poco più dello 0,2 della popolazione italiana: una persona su 400, un adulto su 800. Circa 70.000 (dunque la metà) sono italiani; e lo sono iure sanguinis sin dal 1400. È importante dirlo, perché invece vi è la tendenza a considerarli tutti stranieri. E stranieri, in effetti, sono i circa 30 mila zingari ex iugoslavi. Si tratta di una immigrazione ormai risalente, con larga presenza delle terze generazioni: spesso stranieri nati in Italia da genitori stranieri essi pure nati in Italia. Sono stranieri anche i circa 40 mila zingari romeni, di più recente immigrazione, che si trovano nel nostro paese.[1]
    I gruppi etnici italiani sono in realtà molti. Alessandro Luciani, studioso di romanes, la principale lingua zingara, in una recentissima pubblicazione ne individua 14.[2]
    Nella giornata di studio tenutasi alla Provincia di Roma il 27 giugno 2007, si è esaminata con puntualità e sotto vari aspetti la situazione degli zingari, anche sotto l’aspetto del diritto all’istruzione.
    Come osservava Paolo Morozzo delle Rocca[3] al convegno “la legge prescrive che in ogni momento i genitori del minore, anche se straniero e privo del permesso di soggiorno, hanno facoltà di iscriverlo a scuola. Questo implicherebbe l’obbligo correlativo della scuola di accettare la domanda; ma sappiamo che nella realtà non è così. Occorrerebbe, dunque, rendere effettivi i controlli - oggi inesistenti - del Sindaco e dei dirigenti scolastici sulla scolarizzazione dei bambini zingari; con una seria programmazione dell’accoglienza e del sostegno a livello cittadino.                     Anche perché i minori zingari vengono censiti dai vigili urbani al loro ingresso con le famiglie nei campi, e dunque è facile sapere quali siano quelli che non vanno a scuola, sebbene non risultino nei registri anagrafici dei residenti.                               Sa dunque di rituale - ed insensato - che gli elenchi dei minori in età scolare – su cui andrebbe fatto il controllo della frequenza scolastica - comprendano solo i residenti all’anagrafe comunale; e non anche i minori zingari censiti come abitanti al campo nomadi. Quanto ai genitori che non iscrivono il figlio a scuola – secondo quanto dice la legge - dovrebbero prima essere ammoniti e poi denunciati. Ma forse più che ammonire e denunciare, basterebbe convincere ed aiutare con azioni positive adeguate.” Vorrei a questo proposito far notare che le denunce per inadempienza scolastica sono un numero ridicolo in Italia.
    Come ha notato il Commissario europeo dei diritti umani nel marzo 2006: i campi-nomadi si caratterizzano in Italia per “l’accesso sommario all’acqua e all’elettricità, assenza di nettezza urbana, di illuminazione, di evacuazione delle acque reflue o di drenaggio del sito. Le abitazioni sono delle roulotte vetuste o baracche costruite con materiale di recupero”. Insomma, come fra l’altro si sa dalla cronaca, sono delle misere bidonville al cui interno i casi di incidenti mortali sono conseguentemente numerosi (soprattutto le morti da freddo, da incendio e da fuoriuscita di gas), così come è allarmante la morbilità connessa alle pessime condizioni di vita.                Viene da chiedersi perché questa situazione sia tale in Italia e non in altri paesi europei dove il livello di stabilizzazione e integrazione sembra essere ben più alto, pur in un contesto di differenziazioni marcate riguardo l’atteggiamento dei vari stati.[4] L’impressione generale è quella di un grande disinteresse nel nostro paese per i diritti di queste popolazioni, come testimonia ad esempio la mancata richiesta italiana negli ultimi anni dei fondi CEE reperibili per gli zingari .[5]
    Se si scorre il documento dell’Osce, Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, del 27 novembre 2003 [6] relativo alle popolazioni zingare europee, che si occupa fra l’altro delle politiche inclusive e della sicurezza sia in chiave esterna, delle etnie zingare da eventuali atti di razzismo e xenofobia, sia in chiave interna, nei rapporti fra membri della comunità Rom e Sinte, in specie a difesa dei diritti dei minori e delle donne, si vedrà che dei 139 punti del documento, pochissimi sono quelli attuati nel territorio italiano; dove, fra l’altro, esiste una marcata differenza fra il nord, territorio nel quale sono stati edificati campi sosta attrezzati e abbastanza funzionali, i quali permettono una esistenza dignitosa, radicata nel territorio e consona allo stile di vita zingaro, e il resto d’Italia, dove i campi sosta consentiti sembrano irrealizzabili e quelli abusivi sono la norma.
    Nel luglio del 2003, in un incontro a Budapest, sei capi di Stato e di governo (Macedonia, Bulgaria, Serbia, Montenegro, Romania e Slovacchia) e i rappresentanti di Croazia e Repubblica Ceca, si sono impegnati a seguire una politica congiunta per un unico fine, sinora poco perseguito, quello dell’integrazione economica, politica e sociale degli zingari, da attuare in dieci anni con i finanziamenti di Gorge Soros e della Banca mondiale.[7]
    Gli zingari tuttavia vivono dappertutto in Europa; nella Ue il loro numero è calcolato attorno ai 9 milioni.[8] Intendiamoci, non solo l’Italia è nel novero dei paesi che non si occupano delle questioni degli zingari, ma è abbastanza facile dimostrare come il lassismo in certe questioni finisce per ripercuotersi in maniera puntuale sempre negativamente sulla cittadinanza italiana e non italiana intaccando il prezioso bene della coesione sociale.
    In conclusione, iniziative che possano evocare atteggiamenti discriminatori, come quelle relative alle impronte ai minori, ivi compresi i bambini, con tanto di identificazione per religione e per etnia, evidenziano atteggiamenti parossistici, emozionali, inadatti e facilmente sostituibili da altre metodiche che abbiano come finalità quella di realizzare un censimento dei campi nomadi.
    L’atteggiamento delle istituzioni (l’ultima riprova è quella delle dichiarazioni di ieri di Alemanno sul no alle impronte)  non potrà che prendere atto che l’idea di sicurezza non può voler dire fare la faccia feroce in maniera etnica e indiscriminata ma ragionare in una logica di lungo periodo che preveda l’integrazione.
    In primis attraverso la scuola.
    Abbiamo l’idea di progettare una società più italiana, in cui siano evidenziati i valori della nostra società, in cui poter inserire anche culture eterogenee, o quella di costruire una rete di muri, praticando la caccia al diverso ? E’ questa la nostra idea di Italia ? Aggiungo, è questa la nostra idea di democrazia ?
                                                                                                                       
     
     
     
     
     
     
     
                                                                                              Gian Matteo Sabatino
    Insegnante di scuola primaria
    Referente progetti intercultura
    139° Circolo Didattico- Roma

    [1] M. Impagliazzo(a cura di), Il caso zingari, Milano, Leonardo international, 2008, p. 81.

    [2] A. Luciani, “Un popolo senza territorio e senza nazionalismi:gli zingari dell’Europa orientale”, in  A.Roccucci (a cura di), Chiese e culture nell’Est europeo, Milano, Paoline, 2007, pp. 309-312.

    [3] Docente di Diritto presso l’Università di Urbino.

    [4] M. Cagol, Un popolo sconosciuto. Gli zingari , Roma, Diritti dei popoli sconosciuti, 1995.

    [5] Dichiarazione di M.Barroso, Presidente dell’Unione Europea, apparsa su varie testate italiane l’11-11-2007.

    [6] OSCE, Decisione N.566. Piano d’azione per migliorare la situazione dei Rom e dei Sinti nell’area dell’Osce, 27-11-2003.

    [7] A. Luciani, “Un popolo…”, cit., in, A.Roccucci (a cura di) , Chiese e culture…,cit., p. 324.

    [8] Ibidem, p.323.  Sono 8.500.000 secondo J.P. Liègeois, Tsiganes, Voyageurs, Consiglio D’Europa, 1994, cit.
    in M. Marazziti, A. Riccardi, Eurafrica, Milano, Leonardo International, 2004, p. 71.

    Gian Matteo sabatino on Lug 9, 2008

  12. Sono un’assistente sociale che lavora da molti anni tra Roma e provincia. Vedo con molto favore questo spazio di confronto di cui sentivo l’esigenza perché la voce della nostra comunità professionale cominciasse a farsi sentire a fronte delle voci violente e tanto incompetenti che ci assalgono dai giornali o dalla TV. La mia riflessione nasce sicuramente dallo sdegno e dalla preoccupazione per le vicende dolorose che toccano uomini, donne e bambini rom, ma anche dalla formazione, dagli incontri e dall’esperienza lavorativa che permettono una visione più complessiva e meno addossata ad una finta “emergenza”.
    1)      Che cosa dice a noi operatori sociali  l’emersione del razzismo nei confronti dei Rom ?
    ( perché di razzismo si tratta) A mio avviso manifesta la difficoltà  del “vivere sociale” ed esalta la ricerca di una soluzione ai problemi del proprio vivere, siano essi legati alla ricerca del lavoro, della scuola, di un posto per il proprio figlio all’asilo o per il proprio malato in ospedale con mezzi individuali e in conflitto con gli altri.  Non si riconosce la portata collettiva dei problemi quotidiani e si disconosce  la ricerca di soluzioni fruibili per tutti,una ricerca, forse mediata e più paziente, politica in senso forte e pieno. Le ronde, così come l’esaltazione della sanità privata si collocano nel medesimo sentimento. L’altro allora, specie se è povero, disturba, intralcia ed i servizi sociali sono anch’essi residuali e privi di una utilità percepita.
    2)      Il razzismo nei confronti dei Rom ci dice anche che: è possibile negare ad alcune categorie di persone il rispetto dei diritti: lo si fa in base a calcoli economici, a pseudo discorsi di diversità culturale, ad esaltazioni identitarie . Ma la sostanza non cambia. Alcuni, oggi gli zingari, ma anche, e noi operatori dei servizi lo sappiamo bene, i marginali, hanno meno diritti. E non solo.
    L’inquinamento del pensiero ci porta a vivere e a lavorare come se fossero meno umani. Intendo dire a non credere e cercare in ognuno quella capacità di evolvere e sviluppare il proprio potenziale, la propria ricerca di senso anche a dispetto di contingenze della vita dure e limitanti. Se sei Rom sei condannato ad essere un delinquente, se sei disabile grave non imparerai niente a scuola, anzi sarai un disturbo, se sei un disoccupato di lunga durata sei inoccupabile e potremo continuare: Questo sentire a volte colpisce noi operatori non ci fa giocare le nostre risorse umane e professionali e ci rende insensibili di fronte all’iniquità dei servizi da noi stessi forniti.
    Eppure i migliori di noi sanno come a fronte di un paziente lavoro fatto insieme ai nostri utenti sia possibile assistere a cambiamenti esistenziali radicali.
    3)      La categoria “emergenza” si trasforma nei servizi sociali nell’equazione progetti e non servizi.
    Mi spiego. Oggi si parla di “emergenza zingari”. Ma c’erano anche ieri e l’altro ieri, con gli stessi problemi. Allora oggi si faranno, nel migliore dei casi, alcuni progetti di integrazione sociale. Per un anno. E dopo un anno, anche dove le azioni del progetto hanno cominciato a rivelarsi efficaci, si interrompe il lavoro.  E si passerà ad un’altra “emergenza”: anziani, indultati, bambini, immigrati.
    Potremmo discutere a lungo sui beneficiari della politica del “progetto” ma è chiaro chi non ne benefica:  i portatori di disagio, gli operatori, e la crescita sociale del paese. Per i Rom  bisogna incominciare a lavorare per creare servizi: di facilitazione all’inserimento scolastico, della casa, di formazione professionale ecc. stabili, fruibili, estesi a tutti.
    Questo vale per tutti: pensiamo solo alla disabilità dove alcuni diritti acquisiti stanno arretrando (per es. la scuola) e dove tante risorse sono spese per progetti piccoli piccoli, che accontentano qualcuno ma non creano cambiamento ed equità per gli altri.
    In conclusione: il caso dei Rom manifesta in modo eclatante le difficoltà del nostro vivere civile. La nostra comunità professionale deve trovare il modo per esprimere comportamenti personali e professionali di altro segno che siano all’altezza della sfida che viene portata a ciascuno di noi,  riappropriandosi di spazi culturali organizzativi politici da cui attualmente siamo esclusi. Forse perché cerchiamo una soluzione individuale contro gli altri?
     

    chiara on Lug 15, 2008

  13. Sono Ass. Sociale in un CSN di una ASL. Sono daccordo con tutto ciò che ho letto, ringrazio Rita Cutini che ci stimola alla discussione, vorrei dire che la mia preoccupazione è che in questa “sottocultura” razzista che ci sta attraversando, alcune colleghe/i difendono a spada tratta le scelte politiche in atto. Non c’è preoccupazione per l’interruzione della scuola dei bimbi rom sgombrati, per l’interruzione dei sussidi terapeutici a donne rom seguite da anni dai servizi etc. c’è l’idea che “è ora che si faccia chiarezza!” In una riunione tra diversi servizi di diversi enti locali, sono rimasta interdetta da ciò che alcune colleghe dicevano circa l’opportunità di certe scelte. Vorrei ricordare che noi Ass.Sociali, almeno fino a prova contraria, siamo deputati non solo alla difesa dei diritti dei più poveri, ma alla difesa in primis della loro dignità di persone. ricordiamocelo, e cerchiamo di insegnarlo alle giovani generazioni di Ass.Sociali. Aiutiamoli a capire l’importanza dell’accoglienza e dell’ascolto, del “prendere per mano” quando ce n’è bisogno, poi del far camminare da solo l’utente. Ma nel momento del bisogno noi ci dobbiamo essere e dobbiamo stare dalla sua parte! Continuiamo a parlarci, è fondamentale. Grazie Marina Marconi

    Marina Marconi on Lug 23, 2008

  14. cara collega Cutini
    sono un’assistente sociale che lavora in un centro di salute mentale a Roma. Vorrei allargare la riflessione che state facendo sugli zingari a tutti i “marginali” che vivono a Roma, persone senza fissa dimora, stranieri e non, zingari o “gagi”.
    Mi sembra che trattare la questione della povertà estrema con l’emergenza sia poco corretto ed efficace. So quanto lavoro serve, quante risorse , quanto tempo, quante parole, ascolto, per aiutare qualcuno ad uscire dalla condizione di “barbone”. Eppure è possibile e sarebbe bello trovare il tempo per scrivere le storie.
    Mi chiedo: chi ha voglia di fermarsi a capire, di trovare soluzioni, di fare progetti? Per esempio, per i rom, invece delle impronte e dell’esercito o della Croce Rossa, l’evasione dalla scuola dell’obbligo e l’accesso ai diritti, il lavoro a sostegno della genitorialità, non è competenza del servizio sociale? E dove sono gli assistenti sociali assunti per questo?

    poche settimane fa il sindaco Alemanno stava per fare un provvedimento per proteggere i cassonetti, per fortuna non più varato.
    avevo scritto allora una lettera a Repubblica, purtroppo non pubblicata, approfitto del blog per farla girare
    buon lavoro francesca balestra
    LETTERA A REPUBBLICA 08.08.2008
    caro Direttore,
    sono una lettrice di Repubblica praticamente da trent’anni, sono assistente sociale di una ASL romana, lavoro con persone in situazioni di povertà estrema.
    Sono particolarmente preoccupata per la campagna “mediatica” che purtroppo trova spazio anche nelle pagine di cronaca del suo giornale, che mi sembra in atto contro la povertà e contro i poveri, che presta il fianco a una criminalizzazione della povertà e utilizza un linguaggio violento e pieno di disprezzo: “accattone” sembra la peggiore delle offese, e non ci aiuta Pasolini e il suo bellissimo film che ci faceva incontrare la vita di quell’emarginato, che appare lontanissimo. Oggi leggo che il nostro Sindaco ci promette cassonetti protetti dall’assalto dei poveracci. Davvero è il problema principale! Dove sta la cultura che ci aiuta a leggere quello che accade e una città che si ripopola di baracche e gente che fruga nell’immondizia? che si farà a Napoli, si metterà l’esercito a presidiare l’immondizia per evitare che qualcuno se la prenda?
    Lavoro per dare opportunità, diritti, risorse, cambiamento a chi spesso è finito per strada. L’accesso ai servizi sociali e sanitari, pur sancito dalla legge, spesso è difficilissimo, se non viene facilitato. Vorrei sapere se qualcuno ha ancora voglia di fermarsi a capire, ad ascoltare, a rimuovere gli ostacoli, a progettare soluzioni o se siamo tutti destinati a vivere “di pancia”, pieni di nemici, di mostri, di strani da combattere
    Francesca Balestra
    francesca.bale@libero.it

    francesca balestra on Ago 31, 2008

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